Gay & Bisex
I due gemelli
09.02.2026 |
7.018 |
5
"Uno dei due - quello con la camicia grigia - si voltò per un istante, quasi come se avesse avvertito il suo sguardo, e S..."
Il treno regionale per Salerno scricchiolava sui binari, oscillando lievemente ad ogni curva, come se la vecchia carrozza faticasse a mantenere l’equilibrio. L’aria era pesante, satura dell’odore di plastica surriscaldata e del vago sentore di caffè versato da qualche passeggero distratto. S. salì a bordo con il biglietto già timbrato tra le dita, gli occhi che scorrevano rapidi lungo i sedili semi-vuoti in cerca di un posto dove sistemarsi. Non amava i finestrini, preferiva avere lo sguardo libero di vagare, di osservare senza essere troppo osservato. Fu così che notò loro.Erano seduti l’uno accanto all’altro, occupando i due posti angolari di un quadriposto vuoto, le gambe leggermente divaricate, i corpi massicci che sembravano occupare più spazio del necessario. Gemelli, senza ombra di dubbio. La somiglianza era inquietante: stessa barba folta, castano scuro, striata qua e là da fili d’argento che tradivano la quarantina inoltrata; stessi occhiali dalla montatura spessa, che scivolava leggermente sul naso ogni volta che abbassavano lo sguardo sul telefono o sul giornale aperto tra loro. Stessa stempiatura, stessa linea della mascella squadrata, stessa peluria scura che risaltava sotto il colletto della camicia, leggermente sbottonata, come se il caldo umido del pomeriggio li avesse costretti a cercare un minimo di sollievo. Erano alti, almeno un metro e ottanta, e la stoffa delle camicie - una blu scuro, l’altra grigio antracite - si tendeva sui pettorali ampi, sulle spalle larghe, tradendo una fisicità che non passava inosservata.
S. si fermò per un istante, il peso dello zaino che gli scivolava giù da una spalla, mentre il cuore cominciò a battere un po’ più veloce. Lì. Il posto di fronte a loro era libero. Esitò solo un secondo prima di avanzare, fingendo indifferenza, come se la scelta fosse dettata dal caso e non da quel magnetismo istintivo che lo attirava verso quei due corpi virili, così simili eppure distinti nei piccoli dettagli - una cicatrice sopra il sopracciglio di uno, un anello d’argento al mignolo dell’altro. Si sedette, posando lo zaino sul sedile accanto, e subito abbassò lo sguardo sul proprio telefono, le dita che scorrevano distratte sullo schermo senza realmente leggere nulla. Ma i suoi sensi erano tutti puntati su di loro.
L’odore arrivò per primo: un mix di dopobarba legnoso e di sudore mascolino appena accennato. Respirò a fondo, quasi senza accorgersene, mentre le cosce gli si strinsero leggermente l’una contro l’altra. Alzò gli occhi, solo per un attimo, e incrociò lo sguardo di quello con la camicia grigia - l’anello al mignolo. Non sorrise, non distolse lo sguardo subito. Lo fissò, con una calma che sembrava studiata, come se stesse valutando qualcosa. Poi le labbra si incurvarono appena, un cenno quasi impercettibile, prima che tornasse a concentrarsi sul giornale. S. sentì un brivido percorrergli la schiena. “Mi ha visto. Sa che lo sto guardando”, pensò.
Il treno sobbalzò leggermente, e il gemello con la camicia blu si aggiustò gli occhiali, passandosi una mano tra i capelli ispidi. La manica si sollevò, rivelando un avambraccio coperto da una peluria folta, scura, che si perdeva sotto il polsino. S. immaginò come sarebbe stato sfiorare quella pelle ruvida, sentirla graffiare lievemente contro la propria mentre le mani di entrambi lo afferravano, lo tenevano fermo. “Dio, quanto sono grossi!”, pensò. Le cosce di quello in grigio si mossero leggermente, come se stesse cambiando posizione, e S. notò il rigonfiamento che premeva contro il tessuto dei pantaloni, appena accennato, ma sufficiente a fargli venire l’acquolina in bocca.
“Stanno pensando la stessa cosa? Impossibile!”, si disse tra sé e sé. Eppure, quel piccolo movimento, quel modo in cui le loro ginocchia quasi si sfioravano, come se fossero abituati a condividere lo spazio senza bisogno di parole, gli fece venire in mente scenari ben più intimi. Chiuse gli occhi per un istante, solo un istante, e si lasciò trasportare dalla fantasia.
Era in mezzo a loro, nudo, sudato, il corpo stretto tra due muri di carne calda e pelosa. Uno dei due - quello con l’anello, forse - lo teneva piegato in avanti, le mani grandi che gli afferravano i fianchi con forza, le dita che si conficcavano nella carne mentre lo penetrava da dietro, lento all’inizio, poi sempre più violento, i colpi che facevano tremare tutto il letto. S. sentiva il peso del suo torso che lo schiacciava giù, il respiro caldo sul collo, i peli del petto che gli solleticavano la schiena ogni volta che si abbassava per mordicchiargli la spalla.
“Ti piace, puttana? Ti piace come ti scopo?”. La voce era roca, gutturale, e ogni parola era accompagnata da una spinta più profonda, il cazzo che gli apriva l’ano senza pietà, facendolo gemere. Davanti a lui, l’altro gemello gli teneva la testa ferma, le dita intrecciate tra i suoi capelli, guidandolo su e giù lungo il suo membro eretto, grosso, venato, con la punta già lucida di pre-sperma.
“Succhiamelo bene. Hai voglia che ti riempia la bocca, vero?”.
S. annuiva, o almeno ci provava, mentre la saliva gli colava dagli angoli delle labbra, il gusto salmastro del precum che gli esplodeva in bocca ogni volta che lo prendeva tutto, fino in fondo, sentendo la punta sfiorargli la gola. Il gemello dietro di lui gemette, le dita che gli si conficcavano nei fianchi quasi a lasciargli dei segni, e S. immaginò i loro corpi che si muovevano all’unisono, uno che lo trapassava mentre l’altro gli riempiva la bocca, i muscoli tesi, i tendini del collo in evidenza, il sudore che colava giù per le schiene pelose e si mescolava al suo.
“Sì, così… cazzo.” La voce dietro di lui era un ringhio, e S. sentiva ogni parola vibrare attraverso il corpo del gemello, trasmettendosi fino a lui, mentre le palle gli sbattevano contro l’ano ad ogni affondo. Davanti, l’altro gli tirava i capelli con più forza, costringendolo a prendere tutto il cazzo in gola, e S. ansimava dal naso, gli occhi che gli lacrimavano, ma non voleva fermarsi, voleva sentirli entrambi venire, voleva essere riempito, marcato, usato. “Dai, puttana, muoviti… fammi venire in quella boccuccia golosa.” Le parole erano sporche, volgari, eppure eccitanti oltre ogni dire. S. immaginò il sapore del seme che gli inondava la lingua, spesso, salato, mentre dietro di lui l’altro gemello gli affondava le unghie nelle natiche, spalancandolo ancora di più, preparandolo a prendere ogni centimetro del suo cazzo fino all’orgasmo. “Voglio sentirti gemere mentre ti riempio il culo.”
Il treno fischiò, un suono stridente che squarciò la fantasia come una lama. S. riaprì gli occhi di scatto, il respiro affannoso, le mani che tremavano leggermente mentre si aggiustava i pantaloni, troppo stretti ora, il cazzo duro che premeva contro la cucitura. Si leccò le labbra, ancora immerso nelle sensazioni della sua mente, e fu allora che si accorse che i due posti di fronte a lui erano vuoti.
I gemelli erano spariti.
Si guardò intorno, confuso, come se si fosse perso qualcosa. Il treno era fermo in una stazione secondaria, le porte aperte, e attraverso il finestrino vide le loro sagome che si allontanavano sul marciapiede, le spalle larghe che si muovevano all’unisono, come sempre. Uno dei due - quello con la camicia grigia - si voltò per un istante, quasi come se avesse avvertito il suo sguardo, e S. ebbe la netta impressione che sorridesse, prima di girare l’angolo e scomparire alla vista.
Rimase lì, il cuore che gli martellava nel petto, le dita che stringevano il bordo del sedile. Non li avrebbe più rivisti. Era solo una fantasia, un gioco della mente, eppure il suo corpo reagiva come se fosse tutto reale: il cazzo ancora duro, le mutande umide, il sudore che gli imperlava la fronte. Si passò una mano tra i capelli, cercando di calmarsi, ma non poteva fare a meno di immaginare come sarebbe stato se fosse davvero successo. Se si fosse alzato, li avesse seguiti, se avesse avuto il coraggio di avventurarsi in quel gioco pericoloso ed eccitante. Il treno ripartì con un sobbalzo, e S. si lasciò cadere all’indietro contro lo schienale, gli occhi chiusi di nuovo, questa volta con un sorrisetto sulle labbra. Anche se non era successo davvero, anche se erano solo due sconosciuti che non avrebbe mai più incrociato, quella fantasia gli sarebbe rimasta addosso per ore. Forse per giorni. E chissà, magari una volta tornato a casa, sotto la doccia, si sarebbe concesso di riviverla ancora, questa volta con le mani occupate e il getto dell’acqua calda a simulare le loro bocche, le loro lingue, i loro corpi sudati che lo stringevano da ogni parte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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